La repubblica partigiana di Varzi

 

di Clemente Ferrario *

 

L’azione militare partigiana ha dato un contributo decisivo al formarsi, nel 1944, di “zone libere” da truppe tedesche e fasciste. Varzi è in mani partigiane dal 19 settembre 1944 e viene a far parte di una zona libera con un territorio di grandi dimensioni: l’Oltrepo si congiunge alle colline del Piacentino e dell’Alessandrino e alla catena di montagne che arriva fin sopra Genova. Vengono così a costituirsi delle piccole repubbliche partigiane che getteranno i semi del nuovo assetto di governo democratico, di quella che sarà la Costituzione italiana.

La repubblica varzese, che da Godiasco arriva fino alla Valle Staffora, ha avuto vicende ed esperienze particolari di significativo rilievo storico. Ne sono stato partecipe e mi propongo di darne testimonianza.

Nel settembre del 1944 avevo da poco compiuto 18 anni e superato gli esami di licenza liceale. Già prima del 25 luglio 1943 ero stato in contatto con formazioni politiche antifasciste che svolgevano attività cospirativa, all’inizio con il Partito d’Azione e poi con il Partito comunista. Il m io compito era stato soprattutto la diffusione della stampa clandestina, che nelle ore serali infilavo nelle cassette della posta al pianoterra di edifici del centro e della periferia di Pavia.

I compagni più esperti e con le maggiori responsabilità mi ritenevano esposto al rischio di un arresto e mi dicevano che avrei dovuto allontanarmi da Pavia. Forse anche perché temevano che un diciottenne non avrebbe resistito alle torture che i fascisti più volte avevano inflitto ai militanti arrestati.

La soluzione più naturale mi sembrava quella di raggiungere Varzi per mettermi in una brigata partigiana, anche perché la mia famiglia veniva da Bognassi, una piccola frazione di Varzi alla quale mi sentivo legato fin da bambino, con i ricordi delle vacanze di tante estati. Il mio proposito doveva però essere approvato da chi dirigeva l’attività cospirativa e questa è stata la ragione di un mio incontro con “Carlo” (nome di battaglia di Beniamino Zucchella).

L’appuntamento era fuori città, in uno spiazzo lungo il Naviglio. Carlo mi ha ascoltato, ma ha subito scosso la testa. Non era il caso che io andassi a Varzi per mettermi un fucile in spalla. A Varzi sarei andato ma per far parte del CLN (Comitato di liberazione nazionale) che nella zona libera doveva occuparsi di tanti problemi dei partigiani e della gente e soprattutto sperimentare gli strumenti di governo che, a guerra finita, sarebbero stati quelli di tutta l’Italia.

Ho raggiunto Varzi col treno fino a Voghera e poi a piedi. Sono stato calorosamente accolto da Guido Versari, presidente del CLN locale, che mi ha presentato all’avvocato Fortunato Repetti, persona dal tratto signorile già designato sindaco e a Costantino Piazzardi, del quale mi erano già noti il rigore morale ed il grande prestigio.

Il CLN del quale ero membro in rappresentanza delle organizzazioni giovanili si è subito occupato dei problemi più urgenti, intervenendo nel settore annonario per la stabilizzazione dei prezzi ed il censimento delle scorte di viveri, n quello dei lavori pubblici per la riparazione delle case danneggiate dai combattimenti e dell’ordine pubblico per la costituzione di una Guardia civica. C’era anche il proposito di dare una sede alle “organizzazioni di massa” giovanili e femminili e di promuovere attività culturali e qui è capitata a me l’occasione di ottenere da un parente varzese la disponibilità gratuita di un ampio appartamento in un bel palazzo del centro di Varzi, dotato di un ottimo arredo e di una ricca biblioteca.

Per un gesto di fiducia, ma forse anche perché disponevo di tempo libero, mi sono stati assegnati altri compiti. Mi è stato messo a disposizione un ufficio nel palazzo municipale con l’incarico di disporre ordini di requisizione di beni privati per soddisfare le necessità delle formazioni partigiane. Dovevo anche ricevere chiunque avesse problemi particolari e mi chiedesse un aiuto, un consiglio per risolverli.

Tutti i giorni sulle scale che portavano al mio ufficio c’era una gran confusione, una fila di persone che mi volevano parlare. Ho così compreso come i varzesi facessero gran conto sul governo del CLN, che dava a loro tante speranze. Le questioni che mi venivano poste erano le più diverse e forse quella che mi ha dato maggior interesse e compiacimento è stata di due maestre elementari che avevano inserito nel programma scolastico il tema del nuovo governo della zona libera e m i chiedevano di suggerire con quali argomenti avrebbero dovuto parlarne ai ragazzi.

Ma non sono mancati anche momenti di difficoltà. Mi si presentavano spesso comandanti di piccole unità partigiane con la richiesta di vettovaglie, materassi, biciclette, viveri e tante altre cose. La gente di montagna, mi dicevano, fa quello che può, ma è povera, le requisizioni devono colpire le famiglie varzesi ricche. A questo punto mi venivano indicati nomi e indirizzi. Il tono era aspro, con un sapore di vendetta. Mi è venuto in mente che il comandante partigiano Remo (Carlo Lombardi, 19 anni di carcere fascista) appena arrivato a Varzi, si diceva che avesse esclamato: “Ecco la città dei banchieri e degli usurai!”. Avevo sentito anche un giovane sacerdote che solidarizzava con i montanari giustificando la loro avversione per i commercianti varzesi che si erano arricchiti con i loro prodotti agricoli.

Il governo del CLN non poteva, per la sua ispirazione unitaria, accettare questa contrapposizione sociale. Con tono conciliante ho cercato di spiegare che non potevamo fare a meno del consenso e della collaborazione della borghesia varzese. Ma c’era anche un risvolto politico. Il commissario della divisione garibaldina Piero e Remo, del quale ho già detto, sostenevano che spogliare i borghesi di Varzi della loro ricchezza era un obiettivo della guerra partigiana, Anche con loro ho sostenuto che non era quello il momento storico per proporre una lotta di classe.

Ma è arrivato il mese di novembre e sono arrivate anche notizie molto preoccupanti che hanno fatto dimenticare le vicende della repubblica di Varzi. Si era mosso un rastrellamento della divisione Turkestan composta da mongoli, prigionieri di guerra che si erano messi agli ordini di ufficiali tedeschi, e sostenuta da forze fasciste. Voci sempre più precise aggiungevano che, in base ad un patto col comando tedesco, i mongoli, quando entravano in un villaggio, potevano dare alle fiamme le cascine e violentare donne, di tutte le età.

Nel mio ufficio c’era un apparecchio telefonico che collegava Varzi e Zavattarello. C’era una manovella, la si girava e qualcuno da Zavattarello rispondeva. Sarà stato il 25 o 26 di novembre, ho girato la manovella e una voce sconosciuta mi ha risposto che da quelle parti era in corso un combattimento. Intanto sentivo il crepitio di una mitragliatrice. Ho chiamato altre due o tre volte con la stessa risposta. Un’altra volta ancora al mio “pronto” ha risposto una voce perentoria che parlava tedesco. Ho chiuso l’apparecchio.

Era tutto chiaro: il nemico aveva occupato Zavattarello e sarebbe presto arrivato a Varzi. Quella stessa sera lunghe colonne hanno preso la strada dell’alta Valle Staffora: partigiani e civili che avevano collaborato con il CLN varzese e poi tante donne per sfuggire al pericolo della violenza dei mongoli.

Lunghe camminate nel fango, notti passate sulla paglia delle cascine o sui pavimenti di case abbandonate, finché un giorno ho incontrato il comandante Americano (Domenico Mezzadra) che mi ha detto che stare in montagna non aveva senso, di nascondermi a Bognassi nella casa materna. Così ho fatto, camminando per una notte a mezza costa, perché i tedeschi stavano sui crinali e nel fondovalle. Arrivato nella casa di Bognassi mi sono sistemato in un sottotetto. Ero stanchissimo, tanto da ignorare i topi che mi giravano attorno. Già il giorno dopo da una finestra di una casa vicina una ragazza che andava tutti i giorni a Varzi per il suo lavoro di parrucchiera ha incominciato a darmi qualche notizia. Erano sempre brutte notizie. Sempre partigiani caduti in combattimento o catturati e uccisi dopo essere stati torturati.

In quel sottotetto sono così venuto a sapere che Primula Rossa (Angelo Ansaldi, mitica figura di partigiano varzese) era stato ferito in combattimento, aveva perso una gamba ed era in mani nemiche. Un’altra volta la ragazza m i ha detto che era stato catturato e ucciso dai fascisti Lucio Martinelli. Lo studente di medicina Lucio aveva seguito a Varzi tutte le mie attività, mi aveva dato preziosi consigli, un fratello maggiore. L’ultima volta che ci eravamo visti mi aveva detto: “Ci vediamo dopo il rastrellamento, abbiamo ancora tante cose da fare insieme”.

Con la primavera i partigiani, dopo una battaglia vittoriosa, sono tornati a Varzi e io sono tornato a sedermi al tavolo del mio ufficio varzese. Per prima cosa ho rimesso al loro posto dei documenti del CLN che avevo portato nel sottotetto di Bognassi perché non dovevano finire in mani fasciste. Sui muri di Varzi un manifesto del CLN salutava e rassicurava i cittadini: la vostra vita sarà tutelata, “le incomprensioni del passato” non si ripeteranno. Era un modo per fare autocritica. Lo confermava anche il fatto che non erano più presenti Remo e Piero, designati ad altri incarichi in località lontane. I due erano stati accusati di “settarismo”, un termine che in quei tempi stava a significare l’errore di chi rifiuta l’alleanza fra forze sociali e politiche diverse anche quando si devono difendere valori e interessi comuni. Il “nuovo” non era finito. Al posto del giornaletto “Il garibaldino” e della sua polemica antiborghese si è dato alle stampe “Il tricolore”, di ispirazione unitaria.

In questa seconda repubblica varzese emergono le qualità e le capacità di comando di altri personaggi: Ciro (Carlo Barbieri), un amico fraterno per me, un uomo che sapeva ascoltare e comunicare, Edoardo (Italo Pietra) che con la sua autorevolezza e le sue doti umane guiderà tutti i partigiani dell’Oltrepo, Albero (Alberto Maria Cavallotti), il medico al quale toccherà la direzione politica. Tutto questo “nuovo” era in sintonia con l’unità delle forze partigiane. Con i primi giorni di aprile non ci sono più state brigate e divisioni di ispirazione comunista, socialista, cattolica, monarchica, ma una sola organizzazione militare, il Corpo Volontari della Libertà.

E’ arrivato il giorno della liberazione, i partigiani hanno lasciato la montagna e sono scesi in pianura. Io non sono andato subito a Pavia, la mia città. Ho sofferto a lasciare quell’ufficio di Varzi, anche se la repubblica partigiana aveva ormai esaurito i suoi compiti. Era stata l’esperienza forse più importante della mia vita.

 

*Clemente Ferrario (1926-2018), di famiglia varzese povera, educato alla libertà da due zii socialisti e dalle letture di Tolstoi, da ragazzo antifascista diventa partigiano, militante e poi dirigente e funzionario del Partito comunista, avvocato della CGIL. Nell’ultima parte della sua vita si è dedicato agli studi storici e ad opere di scrittura e narrazione. Il pezzo qui riportato è tratto da “Uomini della Resistenza”, Guardamagna Editori in Varzi, 2019.