Morrea d’Abruzzo: liberi di accogliere

 

 

 

Fra i tanti episodi poco conosciuti della seconda guerra mondiale merita ricordare quella di un bordo sperduto fra le montagne d’Abruzzo, Morrea, i cui abitanti – 450 poverissimi montanari – riuscirono a dare assistenza a 3.100 prigionieri alleati e a 2.700 italiani fuggiti dal campo di prigionia della vicina Avezzano.

Morrea è una frazione del paese di San Vincenzo Valle Roveto, nella Marsica, a 760 metri di altitudine; si trova oggi nella provincia dell’Aquila. Venne colpita dal tragico terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915, uno degli episodi sismici più violenti della storia italiana. La scossa provocò 30.500 morti, di cui 10.700 ad Avezzano. Una frana isolò la piccola frazione di Morrea dal resto del mondo, lasciando come unico collegamento una impervia mulattiera di 6 chilometri, percorribile solo a piedi. Per oltre trent’anni nessuna autorità centrale o locale si preoccupò di ristabilire i collegamenti.

Nel 1915, isolati dal mondo, gli abitanti dovettero trovare una soluzione per la loro vita: conoscevano una località nei pressi della città di Roma, la Magliana, dove era organizzato un posto tappa per i pastori in transumanza. Lì nei pressi era stata da poco impiantata una fabbrica, l’Industria Prodotti Siderurgici del cavalier Maccaferri, che produceva filo spinato per la guerra ormai in corso; il filo veniva spedito al fronte sotto il controllo logistico dei militari del Genio della Magliana. I contadini e pastori si trasformarono in operai e andarono a lavorare in fabbrica. Fra loro c’era il maestro del villaggio, Innocenzo Testa, che riuscì a far studiare il figlio Giuseppe, l’ultimo di una nidiata di cinque figli: prima alla scuola media, poi iscritto a ragioneria. Nel 1939 Peppino Testa ha 15 anni e comincia a lavorare come contabile al Genio.

Intanto nel borgo di Morrea qualche abitante è rimasto: sono 450 persone che vivono di pastorizia e dei magri prodotti dell’agricoltura di montagna. Fra loro risiede dal 1934 il parroco don Savino Orsini, che vi resterà fino al 1986.

Nel febbraio 1942 ad Avezzano viene riaperto un campo creato al tempo della prima guerra mondiale per tenervi i prigionieri dell’esercito austro-ungarico, destinati ad aiutare la ricostruzione del territorio dopo il terremoto. Con la seconda guerra mondiale, nel campo vengono detenuti i prigionieri di guerra britannici, provenienti da tutto il Commonwealth: inglesi, indiani, canadesi, neozelandesi. I primi a fuggire sono appunto cinque indiani, che raggiungono Morrea: uno di loro, Havildar Parsad Limbu, è gravemente malato. Viene curato per quanto possibile e quando muore, fra le braccia di don Savino, in paese se ne celebra il funerale. A quel punto, vista la buona disposizione della gente, al paese accorrono decine di fuggiaschi che si erano nascosti sulle montagne.

Di fatto, dal campo di Avezzano i prigionieri alleati, soprattutto indiani, evadono in massa, disperdendosi a piccoli gruppi, ma tutti con lo stesso obiettivo: raggiungere le unità angloamericane attestate sul Volturno, passando le linee tedesche attraverso i camminamenti di montagna. Tutti trovano a Morrea rifugio e pane, malgrado che le autorità locali (fasciste) abbiano interrotto i rifornimenti di beni di prima necessità. La penuria è antica compagna per le genti del paese, e si può sempre ricorrere al mercato nero. Il flusso di prigionieri dura mesi e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 a loro si aggiungono gli sbandati italiani che non intendono collaborare con i nazisti.

Intanto alcuni cittadini di Morrea, fra cui Giuseppe Testa, dati i disagi della guerra, sono ritornati al paese. Il 22 settembre il parroco don Savino, Giuseppe Testa, Pietro Casalvieri e Ugo Antonio Gemmiti pronunciano un solenne giuramento “per assistere, nutrire e salvare migliaia di giovani, prigionieri alleati e fuggiaschi italiani”. Nessuno dei 450 abitanti di Morrea rinnega quel giuramento e l’implicito compito di solidarietà umana: sfamano le truppe di fuggiaschi, rimediano scarpe, vestiti, coperte, aprono rifugi in cantine, grotte e casolari.

Ma accogliere i fuggiaschi non è sufficiente: ci sono tanti sbandati sulle montagne, e in inverno rischiano la vita. Bisogna cercarli e portarli in paese a ripararsi: i pastori vengono incaricati di dividere il loro pasto con i fuggitivi e di indicare loro la strada per Morrea. Le scorte di cibo però stanno per finire e allora si organizzano dei convogli a piedi verso i paesi vicini per procurare gli alimenti necessari. Tanta attività non sfugge ai fascisti e ai tedeschi, tanto più che fra i fuggitivi si è insinuata una spia. Nella notte del 20 marzo 1944 cinque compagnie tedesche accerchiano Morrea: ma nessuno dei fuggiaschi, nascosti nelle grotte, viene trovato. Ciò permetterà di sostenere che la storia dei fuggiaschi nascosti in paese è una favola.

Peppino Testa viene arrestato, insieme con il parroco, gli altri del giuramento e alcuni abitanti del luogo. Il parroco viene liberato subito; Casalvieri e Gemmiti subiscono pesanti interrogatori, con pestaggi a sangue, ma alla fine vengono rilasciati, al pari degli altri abitanti, cui nulla si può rimproverare. Solo Peppino resta nelle mani dei tedeschi, viene torturato, gli spaccano un braccio, lo fanno sfilare per le vie di Civita con un cappio al collo. Non parlerà. La condanna a morte è eseguita l’11 maggio 1944: Peppino viene fucilato in una località isolata, la valletta delle Fontanelle di Alvito, accanto a un ulivo solitario.

Pochi giorni dopo, il 21 maggio, i tedeschi compiono ancora un rabbioso rastrellamento sulle montagne intorno a Morrea, ma ormai le truppe alleate stanno avanzando rapidamente: il 4 giugno entrano a Roma, il 6 la guerra finisce anche a Morrea. Un mese dopo, il 7 luglio, un verbale definitivo fornisce le cifre finali di tutta l’operazione: è stata prestata assistenza a 3.100 prigionieri alleati e a 2.700 italiani; in breve, un paese di 450 persone ha dato aiuto e assistenza in termini di cibo, vestiario e cure mediche a 5.800 fuggitivi.

Il rapporto del generale alleato Douglas Dutton dà luogo a una lettera di encomio “come attestato di riconoscenza per i servizi resi alla Causa Alleata dai cittadini di Morrea”. Subito dopo la guerra, il 15 maggio 1946, un decreto del Re d’Italia assegna a Giuseppe Testa la medaglia d’oro al valor militare. E’ un riconoscimento che vale non solo per lui, ma per tutti i suoi concittadini.

Lontani, oggi, da quelle vicende tragiche, resta l’insegnamento di dedizione, altruismo e accoglienza che un giovane di 19 anni pagò con la vita, ma che fu condiviso da tutti gli umili abitanti del borgo: fra i disagi, la fame e le fatiche di quei giorni dolorosi essi seppero dare un esempio più che mai eloquente per il nostro presente.