Un modello di democrazia partecipata

di Alexander Höbel

Quello di Nunzia Augeri sulle Repubbliche partigiane è un libro importante, su un’esperienza tutto sommato poco nota e poco studiata, che pure nel 1944 coinvolse almeno sette regioni e territori di centinaia di chilometri quadrati con decine di migliaia di abitanti, pur nella distinzione – sottolineata dall’Autrice – tra Repubbliche partigiane vere e proprie (con giunte popolari elette collegate a CLN locali e CLNAI) e “zone libere” (con forma di autogoverno realizzatesi sotto la guida dei partigiani).

In entrambi i casi, “era un modo nuovo di organizzare la vita quotidiana che veniva adottato”, rendendo concreta la “possibilità di un cambiamento radicale dello stato di cose presente” (p. 24). Partigiani e commissari politici – in primo luogo quelli appartenenti alle Brigate Garibaldi, ma anche quelli di GL e i socialisti – incoraggiano e promuovono queste esperienze, che si configurano come processi di riappropriazione dei propri destini individuali e collettivi, sia pure su scala locale, ma anche come veri e propri processi di apprendimento politico e civile, un ritorno alla partecipazione democratica dopo che per vent’anni di fascismo le masse erano state disabituate e dissuase da forme di partecipazione attive e consapevoli.

Le zone liberate dai partigiani – anche se temporaneamente – non sono dunque soltanto basi operative per più vaste operazioni militari, ma anche e soprattutto luoghi ed esperienze fortemente politici, nei quali si inculca alle popolazioni “un inedito senso della propria sovranità” (p. 13). Ancora una volta, dunque, si conferma come la Resistenza sia stata un importante fenomeno militare, ma anche e soprattutto un grandioso rivolgimento politico, che vede protagonisti classi e soggetti a lungo esclusi: contadini, operai, donne. È in quei mesi di ferro e di fuoco che inizia quindi ad affermarsi, nel nostro paese, l’idea della politica come partecipazione popolare, attività accessibile a tutti, e non più – come nell’età liberale e in parte come oggi – prerogativa di tecnici e professionisti del ramo.

Il fenomeno riguarda peraltro sia zone di antica tradizione democratica (la Toscana, ma anche l’Oltrepò pavese, già scenario di momenti importanti del Risorgimento e del movimento socialista ai suoi albori), sia zone arretrate, isolate, dove per secoli contadini e “montanari” avevano vissuto senza mai occuparsi della “cosa pubblica”. Anche qui c’è un risveglio, un andare verso la politica e la partecipazione, e sono molto significative le testimonianze di Dante Livio Bianco e quella sulla Repubblica di Moschito, in Lucania, dove pure fu proclamata una repubblica antifascista e contadina.

Tra brigate partigiane, contadini e operai si salda in quei mesi un’alleanza fondamentale per gli esiti della lotta di liberazione e per l’esistenza stessa di molte repubbliche partigiane. Ai contadini, che erano stati vessati dalle misure imposte dal governo fascista e poi da quello di Salò, coi prodotti da portare all’ammasso, i prezzi stracciati, le requisizioni e le distribuzioni inique, sono ora garantiti prezzi equi per i loro prodotti, una gestione democratica e corretta dell’“ammasso”, l’autorizzazione a conservare parte del prodotto, tariffe per la manodopera, una distribuzione equa. Quanto agli operai, l’appoggio dei partigiani è essenziale per loro per imporre ai padroni un trattamento più umano, salari più giusti, ritmi meno massacranti. E d’altra parte contadini e operai ricambiano, sostenendo la Resistenza, garantendo la sopravvivenza dei partigiani nascosti nelle “buche” o scioperando quando è necessario.

C’è poi un nuovo ruolo delle donne. Non solo per Gisella Floreanini, prima ministra donna quando ancora alle donne non era stato riconosciuto il diritto di voto, ma più in generale per le nuove modalità di partecipazione che si affermano. Nunzia Augeri ci racconta ad esempio che spesso, nelle assemblee dei capifamiglia che costituivano il primo momento di consultazione popolare nelle zone liberate, erano le donne a ricoprire questo ruolo; complessivamente c’è una presa di parola significativa e diffusa.

Del resto, da tutto il volume emergono un’atmosfera di entusiasmo e un’ansia di partecipazione, molto ben documentate e descritte, che riguardano non solo l’esperienza che si stava vivendo in quei mesi, ma anche la consapevolezza che si stavano ponendo le basi per la “costruzione di qualcosa di nuovo” (p. 163). E proprio in questo prefigurare un nuovo modello di democrazia, popolare e partecipata, sta il nucleo delle Repubbliche partigiane, che contribuiscono a dare concretezza a quella idea di “democrazia progressiva” e popolare di cui parlavano in quel periodo dirigenti politici come Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Eugenio Curiel.

Infine, nell’esperienza delle Repubbliche partigiane emerge una sorta di anticipazione di molte conquiste importanti, che saranno sancite nella Costituzione oppure ottenute in seguito alle lotte dei decenni successivi. In Friuli la Repubblica della Carnia sancisce la progressività dell’imposizione fiscale. Qui e altrove si rinnovano i libri di testo appena si riesce a riaprire le scuole. Nell’Ossola – dove operano intellettuali come Gianfranco Contini, Franco Fortini e Concetto Marchesi e uomini politici come Umberto Terracini, Gian Carlo Pajetta e Mario Bonfantini – viene addirittura istituita la scuola media unica (la Repubblica italiana la sancirà solo nel 1962). Nel Biellese e nell’Astigiano vengono siglati i primi contratti collettivi di lavoro, nei quali è centrale il riconoscimento di quel diritto di sciopero che il fascismo aveva conculcato. In molte repubbliche si vara un servizio sanitario gratuito e universale; si abolisce la pena di morte, e così via.

Naturalmente non si trattò di un idillio, non solo per le controffensive nazifasciste che stroncarono le Repubbliche, ma anche per i conflitti interni al mondo partigiano, per il persistente anticomunismo di alcuni settori autonomi e badogliani. E tuttavia, anche dove le Repubbliche durarono poco, i semi gettati daranno buoni frutti, proprio perché – come scrive l’Autrice – “la Resistenza portava in sé la certezza di un avvenire migliore per il nostro paese e non cessava di prefigurarlo anche nei momenti più duri” (p. 83).

E in effetti, i treni carichi di bambini inviati in Svizzera da Gisella Floreanini ricordano molto quelli che il Pci e l’Udi organizzeranno nel dopoguerra per regalare a tanti bambini meridionali una “colonia estiva” in Emilia Romagna. Le stesse scuole per partigiani, organizzate già nei campi di internamento svizzeri dove finirono molti garibaldini riparati al di là delle Alpi dopo la fine della Repubblica dell’Ossola – ne scrisse poi Luciano Raimondi, comandante partigiano e compagno di vita dell’Autrice – saranno in forme diverse proseguite nel dopoguerra, coi convitti Rinascita per ex partigiani promossi dal Pci, con studiosi del calibro di Mario Alighiero Manacorda e un modello pedagogico che richiamava quello di Makarenko. Sono tutte esperienze che ci parlano di un modello diverso di società, di un’Italia diversa che allora sembrava possibile, di e comunque di quel “paese nel paese” che nei decenni post-bellici fu incarnato dal movimento operaio e dalle sue organizzazioni, Pci in primis.

Oggi, certo, l’Italia è molto cambiata, certamente non in meglio. Ma al tempo stesso torna a riaffacciarsi l’esigenza di una riappropriazione della democrazia, di un ritorno a una partecipazione attiva, consapevole e diffusa. E allora l’importante esperienza delle Repubbliche partigiane può tornare utile, viva e attuale, naturalmente nelle forme nuove a cui la “creatività delle masse” saprà dare vita.