Il Mezzogiorno e la Resistenza

Augusto Monti, Il movimento della Resistenza e il Mezzogiorno d’Italia*

 

Se la Resistenza è – com’è di fatto -  un avvenimento nazionale, tale essa è non perché “il Nord abbia fatto la Resistenza e il resto d’Italia, Sud compreso, l’abbia insomma accettata”, ma perché essa Resistenza fu una impresa in cui tutta l’Italia fu impegnata, tutta! anche il Mezzogiorno, particolarmente il Mezzogiorno.

“Mezzogiorno”, insomma, che cosa è? Mezzogiorno sono anzitutto, io direi, “gli uomini del Mezzogiorno”. Orbene: in fatto di Resistenza –intesa sia pure anche solo come guerra partigiana – il futuro storico deve tener conto assolutamente di questo dato: “le formazioni partigiane che, militarmente organizzate, agirono contro i tedeschi e i loro alleati, sui monti che fan ghirlanda alla pianura del Po, e stettero sotto le armi – sotto quelle armi – non un mese o un trimestre, ma venti mesi, dal settembre ’43 all’aprile ’45, furono per almeno un quaranta per cento costituite di “uomini del Mezzogiorno”.

D’altra parte doveva essere così: i primi nuclei partigiani, l’ossatura – i “quadri” –di quel che doveva esser poi l’esercito partigiano, furon formati in sostanza da soldati e ufficiali dello sbandato e liquefatto regio esercito italiano, e specialmente –necessariamente – da che ufficiali? Da che soldati? Da quelli, si capisce, per cui era più malagevole, impossibile raggiungere, in quella spaventosa auto smobilitazione, il proprio paese natale, il proprio domicilio abituale. Questo, nel Nord, dov’era ammassato – come sempre – il grosso del nostro esercito, fu il caso proprio dei meridionali, di quelli “da Roma in giù”, tagliati fuori dalle loro province, rimasti “bloccati” lassù…

Come “italiani da Roma in giù”, meridionali e isolani, eran quasi tutti quei partigiani fra cui si trovarono mia figlia e mio genero in quel barbaro inverno del ’44. Dopo che il generale Alexander aveva “emanato” per i nostri partigiani il famoso proclama: “Sciogliete le formazioni, nascondete le armi, tornate alle vostre case…” Sì, caro, con la “linea gotica” frammezzo! Tornare alle loro case potevano, se mai, quelli del Nord, che le case loro non le avevano tanto discoste; ma gli abruzzesi, i pugliesi, i campani, i siciliani, i sardi che potevano fare? Rimaner su quei monti! Fra la neve e il gelo, essi abituati alle “primavere eterne”! E là rimasero di fatto, in maglietta senza maniche, magari, e mutandine, coi piemontesi che non eran “tornati alle loro case”, assistevano e rincoravano quei loro fratelli, e magari li chiamavano “Napoli”e “terroni”, ma gli volevan bene;e per loro fecero giù nei paesi la questua di maglie e calze di lana e abiti pesanti; e quegli indumenti non trovarono fra i signori abbienti di Pnt, di Corio, o Castellamonte, indigeni o sfollati, i quali avevano altri a cui badare – tedeschi e loro alleati –e non volevano avere grane – ma si trovarono presso gli operai di Cuorgné, i contadini del Canavese, solidali essi con i contadini e artigiani del Mezzogiorno rimasti là a fare i partigiani.

 

*Articolo pubblicato su “Rinascita” dell’aprile 1952. Augusto Monti (torinese, 1881-1966) fu docente e scrittore. Come insegnante del liceo Massimo D’Azeglio di Torino ebbe come allievi Cesare Pavese, Massimo Mila, Leone Ginzburg. Antifascista, fu tra i fondatori del Partito d’Azione, poi indipendente nel PCI.