La lotta partigiana nell’Oltre Po pavese

di Alberto Cavallotti *

Nel tardo pomeriggio del 28 aprile 1945, sulla piazza di Dongo, ridente paesino della riviera comasca, i gerarchi criminali fascisti vennero schierati sul lungolago mentre 14 partigiani si allineavano davanti. Veniva così eseguita la sentenza a morte pronunciata dal popolo italiano contro i traditori e l’esecuzione era comandata da un vecchio antifascista, garibaldino di Spagna, Francia e Italia. Al comando del fuoco, le raffiche si abbatterono sui traditori. Poi il piccolo plotone di esecuzione si sciolse, rimettendo le armi a tracolla. Ma un giovane partigiano, prima di riporre il mitra, lo baciò esclamando: “Par me nounu, par me pader, par me fradel!” (per mio nonno, per mio padre, per mio fratello).

Donde venivano quei 14 partigiani? In quale provincia si parlava quel dialetto? Quei ragazzi erano partigiani delle formazioni dell’Oltrepo pavese…Avevano liberato Pavia ed erano entrati, prima formazione di montagna, a Milano a dar man forte al glorioso popolo milanese insorto. Ma venivano da molto più lontano. Provenivano da un secolo di storia tutta permeata di patriottismo, eroismi e lotte.

Par me nounu”, aveva detto il giovane partigiano. E forse anche per il bisnonno e il trisavolo. Le genti dell’Oltrepo pavese hanno antica tradizione patriottica. Poste sul vecchio confine austriaco-piemontese, queste genti protessero i patrioti italiani perseguitati, che fuggirono dal dominio austriaco per rifugiarsi in Piemonte. A sintesi di questa attività patriottica sta per tutte una lapide all’albergo Italia di Stradella, che ricorda come Garibaldi, fuggiasco dopo la morte di Anita, dormì stanco ma sicuro fra gente amica. I pavesi diedero un notevole contributo alle guerre di indipendenza e del Primo Risorgimento tanto che lo stesso Garibaldi li premiò chiamandoli “soldati tra i migliori”.

Sullo scorcio del secolo passato l’idea socialista si affermò fra le masse lavoratrici pavesi. Queste masse erano allora bracciantili e costituirono le prime leghe. Poco prima dello scoppio della guerra 1914-18 l’economia produttiva si modificò; dal bracciantato si passò rapidamente alla piccola proprietà e alla mezzadria, mentre la coltivazione divenne più specializzata in viticoltura e frutticoltura. La propaganda socialista si irradicò fortemente e da quel momento non sarebbe più tramontata. Nel 1903 fu eletto il primo deputato socialista e nel 1919 su 8 seggi i socialisti ne conquistarono 6. Il movimento socialista organizzò le masse contadine soprattutto attraverso le cantine sociali, cooperative che risolvettero in gran parte il problema del commercio del vino. Quando il fascismo sorse, i contadini dell’Oltrepo opposero fiera resistenza sapendo che così difendevano insieme alla libertà e alla democrazia, la loro piccola proprietà e i loro diritti…

Le squadracce fasciste uccisero, bruciarono Case del popolo e Camere del lavoro, massacrarono i più irriducibili antifascisti. Ma le spedizioni punitive sporadiche non sembrarono sufficienti a domare la patriottica e socialista popolazione pavese. Il giovane comunista Ghinaglia venne ucciso a Borgo Ticino il 21 aprile del 1921, ma il crimine, invece di domare i lavoratori pavesi, li rese più fieri e combattivi. Si resero necessarie da parte fascista le spedizioni punitive in massa, che divennero vere e proprie battaglie…

Così Cicognola e Pietra dei Giorgi, due paesi situati sulla prima fascia collinosa, vennero presi d’assalto da centinaia di fascisti nel 1922. La popolazione, invece di fuggire, dié mano ai fucili da caccia, alle vanghe e ai forconi, e accettò il combattimento. Due contadini caddero sotto il piombo fascista, ma a sera, col cadere delle prime ombre infide, le squadracce dovettero darsela a gambe, rinunciando all’impresa di mettere a fuoco il paese.

Par me pader” aveva detto il giovane partigiano.

La resistenza al fascismo andò, lungo i vent’anni di dittatura, sempre più rafforzandosi. Le vecchie bandiere dei partiti comunista, socialista e delle organizzazioni sindacali, oggi tornate alla luce, vennero amorosamente custodite di generazione in generazione.

In questo clima patriottico di sempre non poteva non nascere il germe della resistenza partigiana.

Par me fradel”, aveva detto il giovane partigiano. E quel giovane partigiano aveva infatti perso un fratello durante il grande rastrellamento dell’inverno 1944-45.

Quando nella primavera del 1944 un gruppo di giovani, guidati da Domenico Mezzadra detto l’Americano, salì la montagna per costituire i primi gruppi partigiani, la Resistenza nel Pavese era già cominciata…

Varzi rappresentava un altro obiettivo agognato. La strada che porta da Voghera a Varzi e si biforca per il passo del Penice e per il Monte Brallo, rappresentò un pericolo grande per le divisioni partigiane pavesi. Strada ampia, asfaltata, mai incassata fra montagne a picco ma anzi snodantesi in ampie vallate permetteva al nemico di salire in forza, con mezzi motorizzati e di tentare quindi manovre di accerchiamento e di separazione delle forze partigiane.

E a Varzi si ebbero i combattimenti più accesi della zona. La cittadina passò da una mano all’altra almeno quattro volte e fu bagnata del più eroico sangue partigiano.

La seconda caratteristica della zona, l’ampiezza e la dolcezza del pendio delle sue valli, diede alla guerriglia un aspetto particolare. Sia nel Varzese sia nello Stradellino sia nel Casteggiano, gli scontri assunsero spesso il carattere di guerra frontale. I rastrellamenti avvenivano sempre in forza e il numero di distaccamenti impegnati era sempre notevole In queste battaglie le schiere dei partigiani si arricchivano di altri combattenti. La popolazione delle vallate non solo teneva dalla parte dei partigiani, ma si univa spesso ad essi nella battaglia…

Quando nell’inverno del 1944 il nemico iniziò il più grande rastrellamento della zona con un complesso di 15.000 uomini, molti dei quali Alpenjaeger, cioè specializzati nella guerra di montagna, i partigiani cedettero la zona libera palmo a palmo. Freddo, neve, bufere, munizioni scarse, piedi mal calzati: questi erano i “vantaggi” dei partigiani. Dall’altra parte grandi dovizie di armi, munizioni e perfezione di equipaggiamenti…

I partigiani dovettero ritirarsi sulle più alte montagne dell’Appennino, mai fuggendo, sempre combattendo… Alcuni distaccamenti durante una notte di nebbia intensa, filtrarono attraverso le maglie nemiche. Quei distaccamenti iniziarono così una guerriglia alle spalle del nemico, che durò più di due mesi. In questi due mesi invernali, parte dei partigiani si imbucò. Le buche erano state preparate da tempo, ben mimetizzate e ospitavano da 5 a 10-15 persone. Una sola coperta addosso, quando v’era! Fra buca e buca funzionarono le “radio buche”, uomini conoscitori dei posti e perfetti sciatori. Ma l’esperimento delle buche riuscì per la collaborazione dei contadini. I contadini conoscevano le buche, sfidavano i tedeschi e i cani poliziotti per portare da mangiare ai partigiani. Non una sola buca fu scoperta. I partigiani erano fra gente amica. Del resto, su 2.500 partigiani, più dei due terzi erano figli di quei contadini…

Questa in breve l’epopea dei partigiani dell’Oltrepo pavese che seppero conquistare l’affetto della popolazione… Gente solidamente democratica, questa dell’Oltrepo, che contribuì notevolmente allo sviluppo e all’efficacia della guerra partigiana, fedele agli ideali della libertà e della democrazia.

Par me nounu, par me pader, par me fradel” aveva detto il giovane partigiano. Ed egli ha già figli, domani avrà nipoti.

* Alberto Mario Cavallotti, medico milanese, era nipote dello scrittore e deputato radicale Felice Cavallotti, ucciso in duello nel 1898. Decisamente antifascista, prese parte alla Resistenza come commissario delle formazioni garibaldine dell’Oltrepò pavese, e successivamente venne eletto all’Assemblea Costituente nelle liste del Partito comunista. Riportiamo questo breve scritto perché ci pare interessante il collegamento storico che egli stabilisce fra il Risorgimento, l’antifascismo e la Resistenza, almeno per la zona dell’Oltrepò, facendo capire a quali sorgenti risalisse l’atteggiamento fieramente antifascista della popolazione.