L’Alto Monferrato, le Langhe e la città di Alba

A est delle valli cuneesi, fra i fiumi Tanaro e Bormida, si stende la regione dell’Alto Monferrato e delle Langhe: una terra da secoli dedita alla coltivazione della vite per la preparazione di ottimi vini, noti in tutto il mondo. Nella parte più bassa i declivi consentono la coltivazione di cereali e foraggi, che permettono un ricco allevamento di bestiame. Una zona quasi soltanto agricola, e in molti settori depressa e culturalmente arretrata. Del Monferrato fanno parte 36 comuni, fra cui Nizza Monferrato, Agliano, Canelli, Costigliole e Isola d’Asti, Rocca d’Arazzo. Nelle Langhe i principali comuni interessati sono Barolo, Barbaresco, Bossolasco, Carrù, Ciglié, Monforte, Neive, abitati da circa 40.000 persone. In tutto si tratta di un centinaio di comuni, con una popolazione complessiva di circa 150.000 abitanti, cui si aggiungerà anche il comune di Alba, per soli 23 giorni.

In entrambe le zone sono attive brigate garibaldine: nel Monferrato è presente l’VIII Divisione Garibaldi Asti, e la IX Divisione Garibaldi Imerito, nonché una formazione autonoma, la II Divisione. Nelle Langhe sono presenti due Divisioni Garibaldi, la VI e la XVI e due formazioni autonome, la I e la II Langhe, sotto il comando del maggiore Enrico Martini, “Mauri”.

Nelle Langhe le formazioni autonome, che non hanno commissari politici, affidano a un delegato civile nominato direttamente da loro il compito di gestire i comuni, servendosi degli apparati burocratici esistenti. Più tardi verranno convocate assemblee elettorali, peraltro con scarsissima partecipazione popolare, per eleggere dei Consigli comunali, i cui poteri restano molto limitati. Solo il 26 ottobre gli esponenti dei partiti del CLN riescono a costituire un CLN delle Langhe, attribuendogli anche i compiti amministrativi tipici delle Giunte. Ma solo pochi giorni dopo inizia il rastrellamento nazifascista.

In Monferrato invece, dove predominano le formazioni garibaldine, sorge subito una rete di CLN comunali, che “in molte località hanno provveduto alla organizzazione, all’appoggio, all’aiuto diretto ai distaccamenti locali”.

Il primo CLN in assoluto è quello di Rocca d’Arazzo, che viene costituito già nell’aprile del 1944, con due comunisti, due socialisti, due liberali, due democristiani e un rappresentante del Partito dei contadini. Il CLN promuove la formazione di Comitati di difesa dei contadini, di Gruppi di difesa della donna, che appoggiano i partigiani fornendo viveri, indumenti e staffette. La collaborazione con la popolazione è cordiale e intensa; in particolare sono curati i rapporti con i parroci: il CLN sovvenziona la costruzione del nuovo fonte battesimale, dà contributi al Collegio del Buon Pastore e all’asilo delle suore.

Come in tutte le zone libere, la prima preoccupazione riguarda gli approvvigionamenti: viene costituito un ammasso popolare e il prezzo del grano viene fissato a 800 lire al quintale; viene regolata la distribuzione di carne, vino, legna. Viene compilato un elenco dei poveri cui destinare l’assistenza, e di fascisti e profittatori ai fini dell’epurazione.

Il Comitato peraltro non trascura gli aspetti più propriamente politici, attraverso l’opera di convincimento rivolta al maggior numero di persone, e la propaganda della propria attività mediante regolare affissione di avvisi comunali. Con la libertà di stampa si pubblicano (a ciclostile) “Il Lavoro”, organo della Federazione comunista di Asti, e “La Terra”, organo dei Comitati di difesa dei contadini della stessa provincia.

Nella zona ormai sgombra da presidi nazifascisti si può passare così alla costituzione di Giunte popolari comunali, elette in un primo tempo per alzata di mano, e poi con schede scrutinate alla presenza degli elettori. La prima Giunta viene eletta a Vinchio il 17 settembre, e pochi giorni dopo nella valle del Tiglione e in altre zone liberate. A Serralunga il Comando garibaldino chiede la collaborazione del parroco: “Allorquando la popolazione usciva dalla messa… visitati il parroco, che ci ricevette in sacrestia. E anche qui il parroco ci assicurò il suo appoggio… Di comune accordo, la riunione per le elezioni della Giunta è rinviata a martedì 26 settembre. Ci è assicurata da diverse parti, e in particolare dal parroco, una partecipazione fortissima della popolazione, donne comprese”. E’ significativa la collaborazione dei parroci, in una zona dominata dalle forze comuniste, e la convocazione delle donne, che però non avverrà in tutti i comuni.

Le elezioni per la Giunta si svolgono regolarmente, con schede elettorali stampate a Dogliani, su una lista di candidati proposti dal CLN più alcune righe in bianco per scrivere in tutta libertà i nomi delle persone più gradite. Unica limitazione, è proibito eleggere un fascista. I votanti risultano 165 su 200 aventi diritto, con una percentuale quindi dell’82%.

Le Giunte devono “riportare la vita civile delle popolazioni delle zone libere al concetto e alla pratica della libertà amministrativa sulla base della democrazia popolare progressiva”. Il processo non è facile: a parte il ventennio di dittatura fascista, i contadini hanno vissuto una storia secolare di assenteismo e disinteresse per uno Stato che mai si è presentato loro se non per esigere tasse e reclute per l’esercito. Solo il lento e continuo lavoro di educazione politica svolto dai partigiani delle formazioni comuniste riesce a trarre i contadini dal loro torpore, mentre nelle zone dominate dalle formazioni autonome viene scarsamente sentita l’esigenza di una rinascita democratica.

Nel Monferrato il processo culmina il 30 di ottobre, quando si insedia una Giunta popolare amministrativa centrale, che ha sede in un primo tempo a Nizza Monferrato, e poi si trasferisce ad Agliano. Da commentare anzitutto la denominazione: una “giunta amministrativa” ben più modesta della “giunta di governo” sia pure “provvisorio”, come stabilito in un primo tempo. Infatti ormai c’è una certa esperienza e si preferisce tenere conto degli “esperimenti di Montefiorino e di Domodossola, zone già liberate e poi riprese dai nazifascisti” e si è scelto “il punto di vista di temperare ogni esuberanza, sia pure di sola forma”. La formazione della Giunta è accompagnata da un ampio dibattito che si svolge fra i comunisti – forti della massiccia presenza garibaldina – e i rappresentanti degli altri partiti e delle formazioni autonome del maggiore “Mauri”. I comunisti rivendicano il controllo del nuovo organismo, di cui vogliono detenere i posti più importanti. Prevalgono invece le correnti più moderate, e la Giunta risulta alla fine composta da socialisti, che hanno la presidenza e l’economia, da democristiani cui va la difesa insieme con i liberali, dagli azionisti cui vanno le finanze, mentre l’agricoltura è affidata a un trio formato da un comunista, un democristiano e un liberale.

Dall’inizio dell’estate 1944, con l’aumentare del numero di reclute partigiane, la necessità più urgente è quella di organizzare e razionalizzare gli approvvigionamenti per sfamare sia le formazioni combattenti che i civili. E’ il compito primario di tutti gli amministratori delle zone libere: anche nelle Langhe e in Monferrato si decide in primo luogo di fare il censimento delle scorte, di bloccare le esportazioni fuori zona, di sottrarre all’ammasso fascista le derrate esistenti. Vi è poi la questione dei prezzi, che in un primo tempo vengono aumentati per venire incontro alle esigenze dei produttori. D’altra parte i prezzi rincarati sono un peso enorme per le famiglie impoverite: il CLN di Nizza Monferrato, dopo aver fissato a otto lire al chilo il prezzo del pane, deve ridurre la tariffa a tre lire per le famiglie indigenti.

Nelle Langhe l’amministrazione garibaldina si occupa della gestione finanziaria: le imposte di consumo sono lasciate ai comuni, mentre i ruoli delle imposte dirette vengono preparati da una commissione liberamente eletta, che espone i risultati sulla pubblica piazza per le eventuali contestazioni da parte degli interessati. Anche qui si stabiliscono dei tributi straordinari e per i pagamenti si fa ricorso ai buoni, “emessi con abbondanza di timbri ma di improbabile rimborso”, nota caustico il Bocca.

La principale produzione della zona è da secoli il vino. Anzitutto i partigiani combattenti vengono lasciati liberi di tornare a casa ad aiutare per la vendemmia, nei casi in cui sia necessario. Le Giunte intervengono per favorire la vendita rapida delle uve e scoraggiare speculazioni da parte dei commercianti. Viene perfino progettato uno speciale traghetto sul Tanaro per consentire l’esportazione del vino, ma per questo non ci sarà tempo. Nel Monferrato vengono costruite delle cisterne per nascondere il vino e sottrarlo sia al mercato nero che all’esportazione nelle zone controllate dai tedeschi, che avrebbero usato il vino per ricavarne alcol da usare come carburante: un rifornimento strategico, quindi. Per compensare il mancato guadagno dei contadini, si studia una speciale tassa di esportazione. Lo stesso succede per il bestiame.

E’ appunto nel contesto dell’industria vinicola che si realizza il primo contratto collettivo di lavoro, non a caso a Canelli, dove esiste la maggior concentrazione di lavoratori delle aziende vinicole. Nei primi giorni di ottobre, la Commissione di impiegati e operai stipula con i datori di lavoro un “accordo per l’adeguamento salariale” che fissa la nuove paghe orarie e mensili in relazione alle mansioni e alle qualifiche dei lavoratori. Inoltre per ogni giornata di lavoro verrà corrisposta un’indennità di carovita di lire 25 a ogni lavoratore o lavoratrice capofamiglia, e di lire 10 per chi non abbia persone a carico. Viene garantito un salario per 40 ore settimanali, anche se le ore lavorate risultino inferiori, salvo l’eventuale stato di inattività delle aziende. Poco dopo a Nizza Monferrato si costituisce il sindacato unico degli operai (la CGIL si era ricostituita a Roma il 13 giugno 1944).

I provvedimenti del contratto dell’industria vinicola vengono rapidamente estesi agli edili, poi a falegnami, apprendisti, marmisti, scalpellini, fornaciai. Vengono rivisti anche gli stipendi dei dipendenti comunali. Un gruppo di ferrovieri rimasti da mesi senza lavoro viene soccorso con un prestito concesso dal CLN. L’attività sindacale si sviluppa impetuosamente: il 17 ottobre nel Teatro sociale di Nizza Monferrato, i sindacalisti tengono un pubblico comizio “perché dopo ventidue anni di brutale sottomissione si possa dare inizio a quei principi che la maturità storica ormai comporta”.

In campo finanziario, la Giunta del Monferrato stabilisce di incamerare i proventi di tasse, imposte e di tutte le entrate statali della zona. Stabilisce inoltre un piano di prestito semiforzoso, mediante cartelle da collocare presso le persone più abbienti della zona. L’ammontare delle somme veniva decisa dai Comitati locali, i quali conoscevano bene le singole situazioni e le reali disponibilità delle persone; della riscossione venne incaricato il comando dell’VIII Divisione garibaldina: ma anche per questa iniziativa mancò il tempo.

I Comitati locali vengono incaricati anche dell’epurazione; infatti la Giunta amministrativa nella su prima seduta stabilisce che tali Comitati “dovranno inviare due liste, un di elementi fascisti pericolosi, da concentrare subito, una di elementi di passato sospetto, cui dovrà essere fatto divieto di abbandonare il comune di residenza”.

Viene creato anche un corpo di polizia per l’ordine pubblico e con attribuzioni politiche: esso dovrà “provvedere alla neutralizzazione e repressione… dell’attività disgregatrice che elementi fascisti repubblicani, ex fascisti, filo-repubblicani, filo-tedeschi stanno svolgendo in ogni comune della zona liberata, per rompere il fronte unico nazionale antifascista”.

Nelle Langhe si inserisce l’episodio della liberazione di Alba, il 10 ottobre del 1944. La città era tenuta da un battaglione di alpini dell’esercito regolare. La pressione esercitata dai partigiani, che ormai quasi quotidianamente si spingono ad attaccare il presidio, convince il comandante ad abbandonare la città, lasciandola alle formazioni della II Divisione autonoma Langhe comandata dal maggiore “Mauri”. La costituzione della Repubblica di Alba ebbe però un grande valore propagandistico e una risonanza perdurante nel tempo anche grazie al libro di Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba. Dimostrò anche la pochezza e la debolezza militare dei fascisti della Repubblica Sociale, ridotti all’impotenza se non supportati dalle armi tedesche. Quell’episodio risulta peraltro marginale rispetto alle esperienze compiute nelle zone vicine presidiate dalle formazioni garibaldine. Di fatto il CLN costituitosi ad Alba avrà un’attività molto ridotta, limitandosi alla collaborazione con il commissario prefettizio per il mantenimento dell’ordine pubblico e la disciplina delle requisizioni.

Le formazioni autonome erano interessate soprattutto agli aspetti puramente militari e logistici del momento, e non si dimostrarono molto sensibili ai problemi politici né portavano in sé l’afflato democratico che animava tanti combattenti più coscienti. D’altra parte sia il Partito comunista che quello socialista hanno scarsissimi seguaci in una città tradizionalmente conservatrice, e mancano in Alba le masse operaie che altrove davano una forte spinta democratica. Il Partito d’azione si è appena guadagnato pochi aderenti, tutti giovanissimi. Il CLN si trova quindi privo degli appoggi necessari per agire in maniera politicamente più attiva.

E manca anche il tempo. Per Mussolini la riconquista di Alba diventa quasi un punto d’onore: riesce a radunare 3.000 uomini, forniti di mezzi blindati e artiglieria, che sferrano un attacco il 28 ottobre (anniversario della “marcia su Roma”), ma al primo contatto vengono rigettati sulle posizioni di partenza. Lo scacco è tale che il comandante fascista cerca un accordo coi partigiani, con la mediazione del vescovo, per farli allontanare pacificamente. Ma i capi partigiani rifiutano di abbandonare Alba senza combattere e il 2 novembre le truppe fasciste sferrano una forte offensiva cui i partigiani non sono in grado di far fronte per la mancanza di armi pesanti. I fascisti entrano ad Alba; a Nizza Monferrato entreranno un mese dopo, il 2 dicembre.

Anche per queste esperienze è la fine. Pur con tutti i suoi limiti, non è stata un’esperienza negativa, soprattutto per i rapporti che la Resistenza è riuscita a intrecciare con i contadini, come nota D. Manera: “L’aspetto positivo.. si esprime col dato di fatto di una sia pur lenta, ma via via crescente attenzione e partecipazione dei contadini, sino allora mantenuti in condizioni d’estrema trascuratezza, d’ignoranza, di miseria, alla costituzione democratica della vita pubblica… La possibilità di partecipare direttamente alla ‘cosa pubblica’ e di rappresentare una classe attiva e cosciente della propria forza, è favorevolmente accolta dai contadini”.

 

 

 

Contratto collettivo di lavoro per l’industria del legno stipulato a Canelli

 

 

Il giorno 16 ottobre 1944 si sono riuniti i rappresentanti del Sindacato unico, nelle persone di Castino Riccardo, Grande Renzo, Pennone Giovanni, coadiuvati dal commissario della categoria, ed i rappresentanti dei datori di lavoro nelle persone di Barbero Carlo, Bielli Oreste, Moncalvo Daniele, Merlino Teresio, sono state prese in esame le paghe corrisposte ai dipendenti delle Ditte sopra citate esercenti l’industria del legno (mobili) e dopo discussione si è provveduto per la perequazione dei minimi salariali in questione.

Si stabilisce pertanto che a partire dalla data del 2 ottobre 1944 le Ditte dovranno osservare i seguenti minimi di paga:

 

falegnami di prima categoria L. 20 all’ora

falegnami di seconda categoria “ 18 “

lucidatori di prima categoria “ 24 “

lucidatori di seconda categoria “ 19 “

lucidatori da 14 a 18 anni “ 14 “

falegnami da 14 a 18 anni “ 14 “

manovali oltre i 18 anni “ 15 “

garzoni inferiori ai 14 anni – sta al buon senso dei datori di lavoro.

 

Le Ditte sono tenute inoltre a corrispondere regolarmente gli assegni familiari nelle misure precedentemente stabilite.

Qualora l’orario minimo settimanale fosse inferiore alle 40 ore, le Ditte sono tenute a corrispondere la differenza sino al raggiungimento di tale minimo.

Le Ditte si impegnano a non licenziare nessun dipendente senza prima aver chiesto l’autorizzazione del competente ufficio del Sindacato unico.

Le parti si impegnano di osservare le suddette disposizioni che hanno valore sino a che con altro apposito verbale non verranno modificate.

Canelli, 10-11-1944

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Beppe Fenoglio, I ventitre giorni della città di Alba

 

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944.

Ai primi d’ottobre il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani delle colline (non dormivano da settimane, tutte le notti quelli scendevano a far bordello con le armi, erano esausti gli stessi borghesi che pure non lasciavano più il letto), il presidio fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l’incolumità dell’esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò.

I repubblicani passarono il fiume Tanaro con armi e bagagli, guardando indietro se i partigiani subentranti non li seguivano un po’ troppo dappresso, e qualcuno senza parere faceva corsettine avanti ai camerati, per modo che, se da dietro si sparava un colpo a tradimento, non fosse subito la sua schiena ad incassarlo. Quando poi furono sull’altra sponda e su questa di loro non rimase che polvere ricadente, allora si fermarono e voltarono tutti, e in direzione della città di Alba urlarono: “Venduti, bastardi e traditori, ritorneremo e v’impiccheremo tutti!”… E poi tornarono a rivolgersi alla città e a gridare: “Venduti, bastardi!” eccetera, ma stavolta un po’ più sostanziosamente, perché non erano tutti improperi quelli che mandavano, c’erano anche mortaiate che riuscirono a dare in seguito un bel profitto ai conciatetti della città. I partigiani si cacciarono in porte e portoni, i borghesi ruzzolarono in cantina, un paio di squadre corse agli argini da dove aprì un fuoco di mitraglia che ammazzò una vacca al pascolo sull’altra riva e fece aria ai repubblicani che però marciarono via di miglior passo…

Fu la più selvaggia parata della storia moderna: solamente di divise ce nera per cento carnevali… Sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini col fazzoletto rosso e tutti o quasi portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Cogli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: “Ahi, povera Italia!” perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio. I comandanti, che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle li avevano mandati a farsi fottere e si erano scaraventate in città…

I più erano in giro a requisire macchine, gomme e benzina… Benzina ne scovarono dai privati, poca però, la portavano via in fiaschi. Quel che trovarono in abbondanza fu etere, solvente e acquaragia coi quali combinarono miscele che avvelenarono i motori…

Intanto nel Civico Collegio Convitto che era stato adibito a Comando Piazza, i comandanti sedevano davanti a gravi problemi di difesa, di vettovagliamento e di amministrazione civile in genere. Avevano tutta l’aria di non capirne niente, qualche capo anzi lo confessò in apertura di consiglio, segretamente si facevano l’un l’altro una certa pena perché non sapevano cosa e come deliberare. Comunque deliberarono fino a notte.