Intervista a Mario Ricci (Armando)

Giancarlo Gatti, Al comando di un esercito partigiano. Intervista a Mario Ricci (Armando) *

Una spinta decisiva al determinarsi delle nuove condizioni venne dal continuo estendersi in quel momento della affluenza di giovani nelle zone di montagna battute dai partigiani. Presto si crearono problemi ardui di organizzazione e di inquadramento di queste forze. Alla nuova dimensione dei compiti da affrontare si accompagnò una diversa visione della lotta partigiana, delle sue possibilità e delle sue reali prospettive. Nacque in questo clima e in questa situazione il progetto ambizioso di occupare stabilmente un vasto territorio, quello di Montefiorino, trasformandolo in zona franca. Il comando partigiano predispose un’azione concordata e preventiva. Furono distrutti i ponti sulle strade di accesso alla zona in modo da isolarla e da rendere impossibile per il nemico l’uso dei mezzi motorizzati. Con attacchi arditi furono successivamente dispersi i presidi fascisti esistenti nel territorio. A Villaminozzo, Piandelagotti, Ceredolo, Toano, Baiso, Frassinoro si ebbero duri scontri, ma in particolare la lotta fu accanita a Montefiorino, dove il presidio fascista, forte di un centinaio di uomini, asserragliato nella rocca, rimase assediato per cinque giorni.

Queste azioni di guerra furono portate a termine dai partigiani delle brigate modenesi e reggiane composte da non più di un centinaio di uomini armati e da altri cinquecento uomini pressoché senza armi. Un primo vantaggio immediato derivò ai partigiani dalla conquista di un gran numero di armi. Un altro vantaggio fu dato dalla clamorosa risonanza che ebbe la vittoria di Montefiorino e che provocò, col costituirsi della zona franca, un ulteriore estendersi dell’affluenza da ogni parte di giovani volontari decisi a battersi contro i nazifascisti. In poco più di un mese gli effettivi giunsero ad oltre ottomila. Gli alleati mandarono sul posto una missione militare e in seguito effettuarono lanci di armi e materiali diversi. Si trattò in prevalenza di armi automatiche leggere, adatte all’assalto, ma non idonee alla difesa di un caposaldo. Ciò ebbe certo una rilevante incidenza sul destino della zona franca.

La repubblica partigiana di Montefiorino ebbe vita dal giugno fino all’agosto del ’44. I suoi territori si estesero dal passo delle Forbici a Roteglia e dalla strada statale n. 12 Abetone-Brennero fino alla statale n. 63 del Cerreto, per una superficie di circa 120 chilometri quadrati. Per tutta la durata della repubblica il nemico non poté usufruire della strada che, attraverso il passo delle Radici, congiunge l’Emilia con la Toscana e solo a costo di ingenti perdite poté transitare per le statali 12 e 63. Completata la occupazione della zona franca gli uomini armati furono inquadrati in otto divisioni. Erano in prevalenza operai e contadini guidati da operai e contadini. La percentuale di studenti e professionisti era all’incirca del due per cento, analoga a quella dei militari provenienti dal disciolto esercito…

Montefiorino era stata conquistata da poche settimane e in quel lembo di montagna isolato, sottratto all’oppressione, la popolazione si diede un ordinamento amministrativo democratico. Da una consultazione popolare risultò eletto un consiglio comunale espressione unitaria delle forze del CLN, con a capo il sindaco Teofilo Fontana, vecchio antifascista.

Uno degli aspetti più interessanti della complessa realtà e della intensa vita della Repubblica partigiana fu rappresentato dalla organizzazione dei servizi in funzione delle esigenze della lotta armata e delle necessità della popolazione. Nella zona franca sorse un autoparco con officina dotato di una ventina di automezzi, in gran parte sottratti ai nazifascisti. Diversi ponti in precedenza distrutti furono riattivati e venne pure costruito un tronco di strada utile per le operazioni militari. In una località di Frassinoro fu allestito in breve tempo un piccolo campo d’aviazione fornito di segnalazioni luminose per facilitare gli aviolanci degli alleati. Gente dello stesso mestiere costituì diversi gruppi attrezzati per la produzione di scarpe, di indumenti e di altri generi indispensabili. Un ospedale, capace di qualche decina di posti letto, con medici chirurghi e infermieri, entrò in funzione a Fontanaluccia. Inoltre vennero allestiti due convalescenziari e alcune infermerie per l’assistenza i il conforto dei combattenti. Coloro che ancora non avevano un’arma per difendere i confini della Repubblica furono inquadrati in squadre di lavoro e impiegati in opere stradali o in attività agricole, sicché ad esempio si poté celermente provvedere alla mietitura, alla trebbiatura e alla distribuzione del grano alla popolazione. A Montefiorino fu anche istituito un tribunale composto in parte da civili e in parte da partigiani.

Nella zona liberata era nell’aria, nella vita di tutti i giorni uno slancio, un fervore densi di significato, in quanto espressione della volontà e della consapevolezza di operare per dare inizio alla costruzione di qualche cosa di nuovo. E il pensiero era rivolto al mondo di domani, al mondo per il quale si lottava.

* “Armando”, medaglia d’oro della Resistenza, era il comandante dell’esercito partigiano che liberò, organizzò e difese la repubblica di Montefiorino nell’estate del 1944. L’intervista venne data in esclusiva a Giancarlo Gatti per l’antologia “La Resistenza racconta”, edita dal “Calendario del Popolo”, senza data, ma sicuramente risalente al 1965.