Le donne nelle zone libere

Alle assemblee dei capifamiglia, alle riunioni dei cittadini impegnati nell’autogoverno delle proprie comunità, per l’assenza di tanti uomini, dispersi sui vari fronti di guerra, si affacciano le donne. Le repubbliche politicamente più avanzate, come la Carnia, prevedono espressamente che esse possano partecipare attivamente alla cosa pubblica e votare: in Italia, è la prima volta che questo accade. In Ossola, poi, accade un fatto del tutto nuovo: una donna, la comunista Gisella Floreanini, diventa ministro della Repubblica e con la sua accorta azione salva dalla fame e dalla morte diverse centinaia di bambini, organizzandone il trasferimento in Svizzera.

Quello della Floreanini è un caso eccezionale; ma la grande massa delle donne dell’Italia settentrionale si trova coinvolta nella lotta. In principio, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre, si tratta di aiutare un esercito sbandato e in fuga. Nelle povere case di contadini e montanari le donne rivestono in abiti civili migliaia di ex soldati, con una vastissima e inedita operazione di “maternage”.

In un secondo momento, quando i bandi della Repubblica di Salò ordinano l’arruolamento dei giovani, ogni giovane in età di leva trova una donna che lo nasconde, lo nutre e lo tiene informato. L’aiuto poi si estende del tutto naturalmente al gruppo di partigiani cui il giovane si aggrega, che diventa quasi una famiglia allargata che può contare sull’aiuto delle donne per alimenti, abbigliamento e informazioni.

Quando il crollo delle reti civili di trasporti e rifornimenti fa mancare cibo, medicine e generi di prima necessità, sono ancora le donne che con lunghi viaggi a piedi o con mezzi di fortuna si incaricano di effettuare gli scambi necessari. Esemplare in questo senso il caso della Carnia, dove i nazifascisti hanno tagliato tutte le vie di comunicazione e non ci sono cereali sufficienti per sfamare la popolazione di quasi 90.000 persone. L’unica strada percorribile – a piedi o con i muli – è un passo di montagna, dove 150 donne, organizzate dal Partito comunista che predispone i rifornimenti e i posti di ristoro, trasportano tonnellate di grano e mais. E in Toscana sono le donne di Apuania a scambiare il sale del loro mare con il grano e la farina delle cascine emiliane.

Dove riescono ad organizzarsi, i Gruppi di difesa della donna, promossi dal Partito comunista, non provvedono solo ai rifornimenti per le formazioni partigiane, ma costituiscono una palestra per attività sociali, politiche e culturali del tutto inedite nel mondo femminile delle campagne.

Tocca infine alle donne un compito tanto delicato quanto dimenticato: quello di proteggere bambini e ragazzi dai pesanti traumi psicologici indotti da occupazioni militari, rastrellamenti, incendi e assassini, in un clima di paura aumentato dall’assenza delle figure maschili di riferimento, padri e fratelli maggiori.

Ma non è da credere che l’impegno resistenziale delle donne derivasse solo dalla loro tradizionale dimensione privata: nell’animo di molte donne si fanno chiare le ragioni dell’antifascismo perché anche su di loro le ingiustizie subite avevano scatenato la ribellione. Le donne scendono nelle piazze a manifestare per la mancanza di pane, sale, legna. La manodopera femminile nelle fabbriche partecipa in massa ai grandi scioperi operai del marzo 1944. Le donne partecipano direttamente alla lotta di liberazione come staffette, come infermiere ma anche direttamente come combattenti, per esempio in Emilia, dove Norma Barbolini comanda una unità partigiana, o a Torino, dove Matilde Dipietrantonio comanda una brigata cittadina di Giustizia e Libertà, o in Valtellina, dove Manuela diventa commissario politico di battaglione.

Non vanno peraltro ignorati i coni d’ombra nei rapporti fra donne e Resistenza: le abitanti dei paesi di montagna si mostravano spesso diffidenti verso le idee portate dai cittadini; e inoltre era vivissimo fra loro il timore delle rappresaglie nazifasciste, di cui sarebbero state (e furono) le prime vittime. Ma in complesso non mancò l’aiuto concreto delle donne a chiunque si trovasse sperduto fra le montagne, fuggiasco o combattente che fosse.

La storia riferisce che furono 35.000 le donne riconosciute partigiane combattenti, di cui 512 commissarie di guerra; 19 insignite di medaglia d’oro al valor militare e numerose medaglie d’argento; 4.633 le donne arrestate, torturate, condannate dai tribunali fascisti, 2.750 quelle deportate in Germania, 623 fucilate o cadute in combattimento,1.750 ferite, 70.000 organizzate nei Gruppi di difesa della donna. Un movimento di massa che nel dopoguerra sarà fecondo di nuove conquiste.