Domenico Mezzadra

Domenico Mezzadra era il nome del partigiano meglio conosciuto come “Americano”. A ventiquattro anni, studente di filosofia, divenne il comandante della 51° Brigata Garibaldi “Arturo Capettini”, che agiva nell’Oltrepo pavese, nella zona di Varzi. Così lo ricorda il partigiano Clemente Ferrario, nel suo libro di memorie “Uomini della Resistenza”, edito da Guardamagna Editori in Varzi, 2019.

 

La mitraglia del Domenico – Stavamo osservando la piazza da una finestra del municipio di Varzi. A un tratto Versari mi disse: “Ecco, quello è Americano!”. Stava in quel momento passando una grossa motocicletta militare tedesca, pilotata dal Moro, un partigiano grande e grosso. A cavalcioni sul sedile posteriore scorsi un giovane pallido, con uno sguardo triste che contrastava con la sua sgargiante camicia rossa. Nella frase con cui Versari me lo aveva additato c’era qualcosa che metteva fine alla mia lunga aspettativa di poter vedere il più famoso comandante partigiano dell’Oltrepo, già in quei giorni diventato leggenda.

Di Americano avevo sentito parlare ancora prima di arrivare a Varzi. Mi avevano detto dei suoi colpi di mano. Scendeva di notte con due o tre uomini sulla via Emilia, nel tratto fra Voghera e Broni, fermava un automezzo tedesco o repubblichino, e dopo averne disarmato gli occupanti, lo portava su in montagna con un carico talvolta prezioso: armi, divise, viveri. Una volta era toccato a un furgone pieno di sigarette, ed era stata una gran festa.

Si raccontavano anche molti episodi a prova del suo temperamento freddo e responsabile: quando era stato ferito in combattimento, senza darlo a vedere aveva continuato a sparare e dare ordini fino alla fine dello scontro. Anche Carlo, a Pavia, nel fare il quadro della situazione in Oltrepo, aveva avuto per lui un riguardo particolare, svelandomi tra l’altro il mistero di quel nome di battaglia: era nato in America, figlio di emigranti italiani; era uno studente di filosofia di ventiquattro anni.

Qualche giorno dopo quella rapida apparizione sulla piazza, Americano venne a trovarmi nel mio ufficio: “Mi hanno detto che puoi fare qualcosa per i miei familiari che abitano vicino a Broni e corrono il rischio di cadere nelle mani dei fascisti o dei tedeschi”. S’imponeva la necessità che i suoi anziani genitori, la sorella e il fratello gravemente infermo, venissero sistemati in zona sicura. Evidentemente imbarazzato di dover trattare un problema che gli stava a cuore, ma che lo riguardava personalmente, mi espose questi fatti senza spendere una parola in più del necessario.

Mi sentii orgoglioso di poter fare qualcosa per lui. Sapevo che in situazioni come questa erano accadute cose terribili; mi misi d’impegno e in poche ore trovai una buona soluzione: una casetta appena fuori Varzi, in una località dove passava pochissima gente, e dove nessuno avrebbe potuto riconoscere in quelle persone i famigliari di un capo partigiano.

Due sere dopo, vestito da ufficiale tedesco e guidando una vettura di grossa cilindrata, Americano entrò nella casa che aveva lasciato tanti mesi prima. Caricò tutti quanti, risalì la strada della montagna e mi raggiunse puntuale al luogo convenuto. L’ansia che mi aveva tenuto in apprensione durante l’attesa scomparve di botto, e mi diedi un gran da fare per sistemare il bagaglio: una cassa di legno con la biancheria, un sacco di riso, due fiaschi d’olio, una grossa cesta di patate.

La madre, vestita di nero come dovesse recarsi alla messa della domenica, era una donnetta vispa, con lo stesso naso all’insu di Americano. Era la più ciarliera di tutti e mi si rivolgeva con grande familiarità: “Fortuna che siamo stati avvertiti con qualche giorno di anticipo, così ho potuto preparare un po’ di scorte”. Un’idea fissa che continuava a ripetere.

Poi, mentre aiutava il figlio infermo a salire le scale, mi spiegò che Domenico (questo era dunque il nome un po’ campagnolo del comandante Americano!) non aveva pronunciato una sola parola per tutto il viaggio: “Solo quando siamo entrati in terra partigiana si è voltato verso di me e mi ha sorriso, allora ho capito che eravamo finalmente al sicuro”. A ogni buon conto non era prudente che Americano si facesse rivedere da quelle parti, e quindi mi presi io l’incarico di andare, quando potevo, a far visita alla sua famiglia, per scambiare due parole e vedere se occorresse qualcosa.

Potei così rendermi conto che il vicinato faceva buona cera a quegli sfollati, che si presentavano come gente semplice e discreta. La sorella se ne era andata subito per fare da staffetta al comando partigiano; la signora Maria se ne stava quasi sempre in casa a curare il figlio, e il signor Luigi andava per i boschi a raccattare rami secchi da mettere nella stufa, e portava a casa anche un’erba che raccoglieva ai bordi delle strade, sostenendo che cotta con acqua e sale diventava una pietanza saporita.

La povertà del desco era la nota dominante in quella casa, e strideva con il generale benessere che regnava nella zona: perfino le famiglie contadine più povere mangiavano pane bianco e pollo la domenica; e tutti allevavano un maiale che assicurava salami per l’intero anno. Decisi di farne cenno ad Americano. Quando lo vedevo a Varzi, mi bastava scambiare un saluto per significargli che tutto andava bene. Un giorno buttai là queste parole: “I tuoi sono tranquilli, ma mi pare che il loro vitto lasci un po’ a desiderare: ho visto che in mancanza di pane fanno lessare delle gran patate”.

“Già, il pane – mi rispose pensieroso – sai cosa devi fare? Va’ all’ufficio annonario e fa intestare tre tessere del pane a nomi immaginari”. E nel dirmi questo mi rivolse uno sguardo di complicità, come a dire: “In una guerra spietata come questa che stiamo combattendo, diventa perfino lecito intestare tre tessere del pane a nomi immaginari”. Avrei dovuto fargli osservare che la tessera del pane non la voleva più nessuno e che quel pane immangiabile a Varzi non lo si faceva nemmeno più, dal momento che si vendeva liberamente il pane bianco. Ma non osai. Americano era uno di quei tipi, peraltro molto rari, che sembrano non ammettere una propria esistenza personale…

Americano era un comunista, come Carlo, come Piero, come Remo, come Versari. C’era indubbiamente qualcosa di comune tra questi uomini. Sapevano quel che volevano; avevano lo spirito di sacrificio e la forza di convincere con l’esempio, necessari a perseguire i loro obiettivi. Erano soprattutto certi di vincere, certi che il vecchio mondo della miseria fosse ormai ai loro piedi, moribondo. Mi sembrava però che l’idea comunista potesse spiegare tante cose ma non tutto.

Il fervore morale di un Americano, che senza alcuna pretesa di essere eroico accettava il rischio quotidiano della morte, ma non avrebbe mai fatto avere un pezzo di carne abusiva a suo padre, a sua madre, a suo fratello, si spiegava solo con la sua fede comunista? O c’era qualcos’altro che sopravviveva nel suo animo, e su cui il suo essere comunista si era innestato e si era venuto saldando in quei momenti di grandi tensioni e grandi attese? Qualcosa di più arcaico, che gli arrivava scorrendo lungo i rami della famiglia?

Credetti di trovare una conferma a questa verità, appena vagamente percepita, in un pomeriggio freddissimo di fine autunno. Vi era stato un attacco nemico, preannunzio del rastrellamento che sarebbe venuto di lì a poco tempo. Si udiva distintamente, appena sopra Varzi, il rumore caratteristico di una mitragliera da 20, l’arma più pesante della divisione garibaldina, montata sulla piattaforma di un piccolo autocarro. Si sapeva che veniva manovrata da Americano, l’unico che sapesse usarla. Lo sgranarsi di toc-toc sembrava farsi sempre più vicino, come se l’attacco avversario incalzasse.

Ero a pochi passi dalla casa dove abitavano i famigliari di Americano, e sentii il dovere di star loro vicino, nel timore che potessero venire a conoscere quanto sapevo io di quella mitragliera. Entrai accolto festosamente; mi sedetti e cominciai a discorrere in tono disteso: avrei voluto coprire quel toc-toc che invece, a tratti, riprendeva implacabile, ad avvertire che il combattimento non era ancora finito. Improvvisamente la signora Maria alzò un dito, tese l’orecchio ed esclamò: “Ma questa è la mitraglia del Domenico!”.

Me ne stetti in imbarazzato silenzio mentre il signor Luigi si alzava, socchiudeva la finestra, e al crepitio dell’ennesima raffica confermava: “Sì, è lei, è lei, è la mitraglia del Domenico!”. Anche Angelo, il figlio che sembrava non seguire i nostri discorsi, mostrò con un lampo negli occhi d’aver compreso che l’uomo che stava sparando in quel momento era suo fratello.