Il Cansiglio

Il Cansiglio è un altopiano situato a circa 1.000 metri di altitudine, in gran parte ricoperto di boschi, dove predominano faggi e abeti rossi. Nel 1404 passò sotto il dominio della Repubblica di Venezia, che regolamentò con grande attenzione lo sfruttamento delle risorse forestali; nel 1548 vi fu insediato un “capitano forestale”, con il compito tenere un censimento preciso degli alberi, segnandone l’età e la previsione di taglio, in vista del loro uso nei cantieri navali (veniva chiamato “bosco da reme”) e nell’edilizia. Erano previste pene severe per chi indebitamente abbatteva un albero.

Caduta la Repubblica veneta, il bosco restò abbandonato. Con il regno d’Italia, divenne proprietà demaniale. L’altopiano si trova oggi nella provincia di Pordenone; la città principale è Sacile; altri paesi importanti sono Caneva, Sarmede, Sarone, Stevenà.

La zona aveva una vivace tradizione antifascista, ma le persecuzioni e la mancanza di lavoro avevano costretto molti antifascisti a emigrare verso il Belgio e la Francia: del resto le autorità fasciste favorivano allora l’espatrio degli elementi che giudicavano più riottosi. Due emigrati, Vittorio Zandonà e Innocente Da Ros, parteciparono alla guerra di Spagna con le Brigate internazionali che difendevano la Repubblica.

Subito dopo l’8 settembre, anche qui tornano a casa molti dei giovani che erano partiti soldati per le più diverse destinazioni. L’esperienza della guerra fascista e i ricordi dei padri li avevano già resi coscientemente antifascisti. La prima azione che svolgono è quella di solidarietà e appoggio ai militari sbandati, fra cui vari inglesi fuggiti dai campi di prigionia. Si forma subito un primo distaccamento partigiano garibaldino, che prende il nome di Luigi Biscarin, caduto nella guerra di Spagna; lo comanda Giobatta Bitto, “Pagnoca”. Nel paese di Caneva si forma un gruppo, che come primo incarico deve raccogliere viveri e munizioni per i partigiani, e iniziare qualche azione di disturbo sulla strada e contro la caserma dei fascisti.

Nella primavera del 1944 le azioni partigiane si intensificano: a Sacile si è formato un CLN sotto la presidenza dell’avvocato Piccin, e i molti giovani accorsi nelle fila partigiane permettono la formazione del battaglione “Ippolito Nievo”. Si formano anche la divisione Gramsci e la Nannetti, tutte garibaldine. Cresce parallelamente la reazione nazifascista: all’inizio di aprile l’altopiano viene investito da un feroce rastrellamento cui però le bande partigiane riescono a sfuggire. Il 23 dello stesso mese sono già in grado di sferrare un attacco ai presidi fascisti di Sifone, Cellina e Sarmede. In maggio, il 6 e il 16, la zona viene investita ancora da due pesanti rastrellamenti, che peraltro non riescono a intercettare i partigiani, i quali si erano defilati senza subire perdite. Il mese successivo gli attacchi partigiani si intensificano e parallelamente cala il morale dei difensori della Repubblica di Salò: un distaccamento di carabinieri, inviati a presidiare la centrale elettrica di Caneva, si unisce ai partigiani portando con sé armi e materiale. Anche numerosi militari della caserma di Sacile, contattati durante la libera uscita, accettano di disertare e unirsi alle formazioni partigiane. Il 6 luglio i partigiani attaccano la caserma di Vittorio Veneto, e anche molti militari accettano di andare in montagna.

Per la metà di luglio l’altopiano del Cansiglio è sgombro di forze nazifasciste; ma il CLN di Sacile non riesce a prendere in mano la situazione politico-amministrativa, i civili non vengono coinvolti e non si forma alcuna giunta; sono i comandi partigiani che si assumono direttamente l’onere dell’amministrazione civile dell’altopiano: resta una “zona libera” e non si trasforma in “repubblica”.

Come ovunque, la fame è il primo problema; anche qui i partigiani cercano di riorganizzare l’approvvigionamento, bloccando i prodotti e il bestiame che i contadini dovevano consegnare all’ammasso, per distribuirli alla popolazione secondo il bisogno. Gli animali vengono macellati in grotte sulla montagna, e la carne è distribuita in base al numero dei componenti delle famiglie.

Una delle pochissime industrie attive allora nella zona era una filanda di seta, dove lavoravano molte donne dei paesi circostanti. Appena prodotta, la seta veniva subito inviata in Germania. I partigiani intervengono per impedirne il sequestro e boicottano le macchine, asportandone le cinghie di trasmissione. Ma così facendo privano le donne del loro lavoro e del guadagno, sia pur misero, che ne traevano. Il comando partigiano stipula allora un accordo: le cinghie di trasmissione sarebbero state restituite, e il lavoro sarebbe ripreso, ma la seta sarebbe stata nascosta fino alla fine della guerra. E così le donne riebbero lavoro e paga.

Come in tutte le zone libere, il comando partigiano deve occuparsi anche di sanità, cercando di riorganizzare un minimo di assistenza medica e di ricovero ospedaliero per i combattenti e i civili. E deve assicurare l’ordine pubblico, incaricandosi per esempio di arrestare uno sbandato che, spacciandosi per partigiano, aveva cercato di ricattare una famiglia di Caneva. Non solo si trattava di un reato in sé, ma l’azione minacciava di minare i buoni rapporti esistenti fra la popolazione e i partigiani. Come tribunale, in questo caso, agisce il Comando della brigata Ippolito Nievo.

Il Comando cerca anche di predisporre un piano di difesa in vista dell’inevitabile reazione nazifascista: è necessario riorganizzare le varie unità ponendole sotto un comando unificato che possa decidere le azioni più opportune. Il tempo a disposizione è poco: alla fine di luglio inizia l’offensiva nazifascista che poi, in agosto, investe il Friuli con una forza di ben 20.000 uomini. Ai primi di settembre sul Cansiglio si scatena una grande battaglia che dura 9 giorni; la situazione militare diventa però insostenibile e il Comando unificato ordina di abbandonare l’altopiano; rastrellamenti e rappresaglie continuano per tutto il mese di settembre, come in tutta la regione.