70 anni fa: le Repubbliche partigiane. Un bel libro di Nunzia Augeri

di Bruno Casati

 

Nel 2014 ricorre non solo il 70° anniversario degli scioperi italiani del Marzo 1944, che ebbero Milano come epicentro, ma anche quello delle zone che, nell’estate di quell’anno, si liberarono autonomamente dell’occupazione nazifascista. Gli scioperi e le zone libere annunciarono la primavera insurrezionale dell’anno dopo, ma anche la prima bozza, scritta nei fatti, della Carta Costituzionale fondata su due pilastri, il lavoro e l’antifascismo. Dell’estate, tanto breve quanto entusiasmante, di quelle “ENCLAVES” di libertà riconquistata e autogestita ce ne parla Nunzia Augeri con il suo bel libro “L’estate delle libertà – Repubbliche Partigiane e Zone Libere” (Carocci Editore). E colma un vuoto perché di quelle realtà, infatti, è conosciuta solo la storia delle più grandi – le Repubbliche Partigiane dell’Ossola, di Montefiorino, della Carnia – ma, e Nunzia Augeri lo argomenta, furono più di venti i territori allora de-fascistizzati, senza attendere l’arrivo del Liberatore Straniero che, in quei mesi, stava risalendo lentissimo la Penisola ma, va ricordato, bombardava anche in modo devastante Roma e le città industriali del Nord. Ed è in quelle realtà, vere e proprie comunità antifasciste, che ci si organizza per rispondere, innanzi tutto, ai bisogni primari dei cittadini e, nel contempo, si ricostruisce il tessuto della Democrazia Partecipata che il fascismo aveva lacerato imponendo i Podestà del regime. Si anticipò così, seppure in sole venti realtà, l’Italia liberata, come avrebbe dovuto esserlo nelle speranze dei protagonisti: la realtà sarebbe poi stata altra.

L’impulso fondamentale dato per conquistare, prima, e poi amministrare quelle zone fu impresso dai Comitati di Liberazione Nazionali. Un noto canto partigiano fa “ogni contrada è Patria del ribelle” ma con le zone libere si potrebbe dire che quel ribelle depone il “parabellum” (che poi dovrà riprendere) e organizza la trebbiatura, il bestiame, i corsi scolastici fino alle esazione delle tasse, questo almeno nelle grandi Repubbliche Partigiane, partendo però, sempre e ovunque , da un punto: bisogna dar da mangiare agli abitanti della zona. Perché delle derrate alimentari italiane si impadronivano i tedeschi, che le inviavano ai loro soldati sui fronti di guerra, anche se spesso i treni merci che le trasportavano venivano assaltati dai partigiani che poi le distribuivano alla popolazione (è anche divertente il racconto dell’episodio del treno bloccato ad Ardenno in Valtellina).

Il libro di Nunzia Augeri rappresenta perciò un aspetto della Resistenza Italiana poco esplorato, se non appunto nelle grandi Repubbliche e nelle sole memorialistiche locali, e completa il quadro. Il messaggio che ci arriva 70 anni dopo è molto forte e va ripreso: la Resistenza Italiana non fu solo lotta eroica delle Brigate Partigiane sui monti e nelle valli, non fu solo la lotta audace dei GAP condotta nel cuore delle grandi città, quella che Giovanni Pesce racconta in “Senza Tregua”, la Resistenza Italiana seppe comporre questa lotta armata con gli scioperi operai del Marzo ‘43 e del Marzo ’44 e con, appunto, con le zone libere strappate al nemico.

Scioperare e strappare territori al nemico erano atti che avevano in sé analogie e, insieme presentavano ovvie diversità sostanziali rispetto alla Guerra Partigiana. Questa, sui monti come nelle città, condotta da formazioni militari o da singoli gappisti, chiedeva al combattente di colpire il nemico e poi scomparire, di tornare a colpire e tornare a scomparire. Dopo lo sciopero, come nelle zone liberate e poi amministrate, non esiste invece la via di fuga nella valle o nel ventre della città. Dopo lo sciopero l’operaio deve ripresentarsi in fabbrica dove il nemico contro cui ha scioperato lo aspetta. Non è un caso che dopo gli scioperi del marzo 1944, gli unici nell’Europa ancora occupata dai nazisti, il prestigioso New York Times, ne colse l’eccezionalità e, scrisse: “non è mai avvenuto nulla di simile nell’Europa occupata che possa somigliare alla rivolta degli operai italiani. È la prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono, sanno combattere con coraggio e audacia quando hanno una causa per cui combattere”.

E ci vuole davvero gran coraggio quando sai che il nemico ti ha individuato, ti aspetta, prepara la repressione intimidatoria: 800 operai della sola Provincia di Milano vengono così spediti nei lager dal famoso binario 21 della Stazione Centrale. Così come quando il nemico ritorna nelle zone che gli sono state strappate per breve periodo, forse non troverà i partigiani che si sono ritirati sui monti ma trova i paesani con le loro famiglie che avevano applaudito alla ritrovata democrazia, trova le loro case, le loro scorte, i vigneti, i raccolti, la Chiesa, il bestiame. Ed è la rappresaglia con rastrellamenti, incendi, violenze, saccheggi, esecuzione degli inermi. L’UNITA’ clandestina scrive: “i nostri nemici sono feroci perché hanno paura e sono sconfitti sui campo di battaglia della Russia e pronti ad abbandonare Roma”.

E coglie il segno perché anche la breve estate delle zone libere, così come la primavera degli scioperi, si colloca negli effetti delle grandi novità intervenute nel quadro internazionale, che vede rovesciati gli equilibri della guerra, così come sono intervenute nel quadro nazionale che vede Mussolini sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo il 25 Luglio 1943 e poi arrestato.

Gli equilibri della 2° guerra mondiale vengono infatti rovesciati nel Febbraio del ’43 a Stalingrado, quando la 69^ Armata di Von Paulus si deve arrendere all’Armata Rossa. In quel febbraio crolla così il mito dell’invincibilità del 3° Reich. È un dato straordinario che galvanizza gli antifascisti. I nazisti cercheranno mesi dopo a Kurks, di contrattaccare nella più grande battaglia di carri della storia, ma saranno di nuovo sconfitti e costretti alla ritirata, incalzati dai Sovietici sino a Berlino. Si ricordi che gli Anglo-Americani sbarcheranno in Normandia solo nel Giugno del 1944. In Italia, dopo il Colpo di Stato della Monarchia del Luglio, si firma, è il famoso 8 Settembre, l’armistizio con gli Anglo-Americani dopo il quale, è vero, si costituisce La Repubblica di Salò ma prende impulso anche la Resistenza Antifascista che si popola, si innerva di quanti erano fino ad allora rinchiusi nelle carceri o al confino, militanti spesso preparati sia ideologicamente che militarmente.

La combinazione dei due fattori, Internazionale e Nazionale, apre quegli spazi e quelle prospettive che prima di allora non apparivano e consente atti della Resistenza Antifascista che, come nelle zone libere dell’estate del ’44, vanno oltre, accompagnano, le azioni di quella Guerra Partigiana che, da allora, non dismetterà sino al 25 Aprile dell’anno dopo. È una storia da consegnare alle giovani generazioni e Nunzia lo fa con una delicata dedica ai nipoti nel ricordo del loro nonno (e del suo compagno) Luciano Raimondi, animatore dellaResistenza in Valtellina.■