Varzi

Varzi si trova in provincia di Pavia e aveva nel 1944 circa 5.500 abitanti; insieme con Bobbio faceva parte di uno scacchiere operativo partigiano che metteva in comunicazione la Lombardia, l’Emilia e la Liguria. Un nodo di estrema importanza per la strategia tedesca, che con gli avvenimenti del 1944 già sapeva di doversi tenere aperte le vie di ritirata verso la madrepatria.

Nella provincia di Pavia è subito molto attiva la resistenza fra gli operai delle grandi fabbriche – la Necchi, la Snia Viscosa – che partecipano compatti agli scioperi e operano per il sabotaggio della produzione, destinata in massima parte ai tedeschi. Subito cominciano a costituirsi piccoli gruppi di SAP in pianura che presto diventeranno numerosi, raggiungendo in tutta la provincia le 500 unità. Intanto sulle colline dell’Oltrepò e sulle montagne si raccolgono piccoli gruppi indipendenti che costituiranno le brigate partigiane, le Garibaldi comuniste, le “Matteotti” socialiste e quelle di Giustizia e Libertà del Partito d’Azione. Nel giugno 1944 le forze partigiane, comprese le bande autonome, superano le 500 unità.

La prima formazione di Giustizia e Libertà, formata da circa 120 uomini comandati da Giovanni Antoninetti, con una fortunata azione riesce a impadronirsi anche di una radio, che permetterà i collegamenti con i comandi alleati. Sarà così possibile ottenere dei lanci di armi, viveri e materiali, che saranno peraltro assai scarsi verso le formazioni garibaldine.

L’attività delle bande partigiane è vivacissima: non c’è presidio fascista che resista ai loro attacchi e all’inizio dell’estate i fascisti sono costretti ad abbandonare vaste zone dell’Oltrepò. Le formazioni più consistenti sono le brigate garibaldine, che in luglio ammontano a 600 combattenti. Quando la situazione militare lo permette, i partigiani tendono al controllo e alla liberazione di paesi, vallate e intere zone, in modo da avere uno spazio economico e militare per poter meglio organizzarsi e colpire in maniera più forte ed efficiente. Nel luglio 1944 vengono liberati Zavattarello, Casanova Staffora, Pometo e altri paesi, mentre nelle valli contigue, verso l’Emilia, si forma la vasta zona libera di Bobbio.

In settembre si giunge alla liberazione di Varzi con un’azione militare che costituisce una vera e propria battaglia manovrata, combattuta dal 10 al 19 settembre. Decisiva la resa del battaglione di alpini “Monterosa”, che in seguito ai discorsi convincenti loro rivolti dal commissario politico “Piero Medici” (Gianni Landini), costringono il loro comandante ad arrendersi e passano quasi tutti alle formazioni partigiane.

Sul piano politico, nella primavera si erano andati costituendo i CLN, fra cui quello di Voghera, che assume particolare importanza per i collegamenti con le formazioni partigiane dell’Oltrepò. Anche a Varzi viene costituito un CLN, sia pure con qualche difficoltà “a causa dell’incomprensione e dello scarso spirito di sacrificio dimostrato dagli intellettuali e dai borghesi ricchi di Varzi… furono gli operai, i quali, soli, accettarono l’ingrato compito e la dura responsabilità del momento”, nota l’articolo di fondo del “Garibaldino”.

Vengono comunque convocate delle assemblee invitando i cittadini a designare i candidati per le Giunte popolari, che vengono costituite sia a Varzi che in altri paesi come Zavattarello, Romagnese, Pregola, S. Albano, Val di Nizza, Pometo, fino a Godiasco, presso Voghera. La situazione politica e sociale si presenta di fatto vivace e promettente. Lo conferma la relazione di “Piero Medici”, ispettore del Partito comunista italiano. In data 10 agosto 1944 scrive: “Nei paesi grande affabilità verso i garibaldini, la popolazione saluta a pugno chiuso, ha partecipato alla lotta, l’ascendente del commissario politico è grande al punto che a lui come alla massima autorità del luogo vengono sottoposti problemi i carattere economico, giuridico, giudiziario. E’ giunto fino a unire in matrimonio i montanari, consegnando loro un certificato timbrato dal Comune e controfirmato dal Comando della Brigata. Sono state create le prime Giunte comunali invitando la popolazione a inviare al Comando quattro o cinque persone di loro fiducia a cui affidare l’amministrazione della cosa pubblica. Una delle Giunte è composta da un artigiano, da due contadini e da un ricco possidente che ha sempre aiutato e favorito la formazione garibaldina. Questa Giunta si è presentata al Comando accompagnata da un gran numero di montanari i quali a viva voce hanno dichiarato la loro fiducia negli elementi da loro stessi prescelti”.

Le nuove amministrazione hanno di fronte anzitutto il problema immediato dell’approvvigionamento: in un primo momento si prelevano ai contadini gli alimenti, che i partigiani pagano con denaro contante o con appositi buoni. Viene proibito di consegnare i cereali all’ammasso fascista e si fissa il prezzo del pane bianco (ormai raramente reperibile altrove, se non sul mercato nero) a lire 6,50 al chilogrammo, mentre prima veniva abusivamente venduto a 25-30 lire. Inoltre i comandi partigiani provvedono all’acquisto di capi di bestiame che vengono dati in affitto ai contadini che li usano per i lavori dei campi; successivamente, quando i partigiani ne avranno bisogno, il bestiame verrà diviso a mezzadria per ricompensare il contadino del rischio e del mantenimento. Si tratta di un ulteriore esempio della collaborazione fra i contadini e i partigiani.

E’ il momento della riapertura delle scuole, e la nuova Giunta si fa carico dei problemi relativi: reperisce gli insegnanti, provvede alla fornitura di legna per il riscaldamento delle aule nel periodo invernale, cerca di attuare una prima epurazione dei testi scolastici. A proposito di cultura, a Zavattarello viene perfino allestita una mostra di pittura a cura della Sezione stampa e propaganda del Partito comunista della VI Zona ligure.

Per l’amministrazione della giustizia scrive Alfredo Mordini, “Riccardo”, nel suo diario: “La gente del luogo ha cominciato a rivolgersi ai nostri comandi di distaccamento per risolvere le piccole beghe di carattere finanziario e così i nostri comandanti si vedono investiti dell’autorità del magistrato. E’ una situazione molto delicata e bisogna avere molto buon senso per supplire alla mancanza di nozioni di diritto. Comunque mi pare che le cose si risolvano sempre con piena soddisfazione degli interessati”.

Poi però viene istituito un regolare tribunale, composto dal sindaco, dal prete, dal commissario politico della formazione più vicina, e da cittadini di riconosciuto prestigio morale. Viene anche costituita una Guardia Civica locale per il mantenimento dell’ordine pubblico; resta invece di competenza del Comando garibaldino il compito dell’epurazione di fascisti, ex squadristi e gerarchi che si erano distinti per la criminalità dei loro atti.

Un’azione particolare in cui si distinse la Giunta di Varzi fu quella relativa alla ricostruzione edilizia delle case semidistrutte, saccheggiate e incendiate, dalla violenza fascista. Nell’imminenza dell’inverno era necessario intervenire per rendere di nuovo abitabili le case, procurando i materiali necessari. Nel paese esisteva una fabbrica di laterizi, che disponeva di una giacenza di circa 100.000 tegole, mentre il fabbisogno accertato da un’apposita commissione si aggirava sulle 300.000 per le sole abitazioni civili. Le 200.000 tegole mancanti sono state reperite in pianura, mentre i mattoni necessari per ricostruire portici e cascinali sono disponibili sul luogo. Sono stati faticosamente reperiti anche 200 quintali di cemento, e una quantità di vetro pari a 150 metri quadrati, comunque non sufficienti a coprire le necessità. I materiali vengono messi a disposizione della popolazione per ricostruire le case prima che le piogge e il maltempo rovinino definitivamente gli stabili.

Anche a Varzi la stampa è libera e si pubblica un giornale, “Il Garibaldino”, a cura delle formazioni Garibaldi, che viene ampiamente diffuso fra la popolazione e affisso come giornale murale.

Alla fine di novembre arriva anche in questa zona il grande rastrellamento massiccio e spietato, sferrato dalle forze naziste che hanno un interesse vitale a mantenere aperte le comunicazioni fra la Liguria e il nord. L’azione, condotta da circa 2.000 tedeschi, fascisti e “mongoli”, comincia il 23 novembre e va avanti per tutto dicembre. Il 29 novembre i partigiani sono costretti ad abbandonare Varzi. I nazifascisti, e in particolare i “mongoli” del battaglione “Turkmenistan”, si abbandonano a violenze di ogni tipo, devastazioni, incendi, saccheggi, stupri, assassini.

Le forze partigiane si dividono in piccoli gruppi che riescono a mettersi in salvo filtrando fra le linee nemiche. Si ritorna alla clandestinità completa: molti tornano a casa, altri si nascondono nelle buche” in attesa che passi l’inverno. Non esiste un censimento preciso, ma le buche sono molte, e vi restano acquattati per i lunghi mesi invernali alcune centinaia di uomini che per la loro sopravvivenza dipendono completamente dall’esterno. Ed è in questo momento che si realizza la vittoria più significativa dell’esercito partigiano: non contro i nazifascisti, ma contro le difficoltà immani, il freddo e la fame, la disperazione e la paura. Nascosti nei casolari e nelle “buche” i partigiani non possono che affidarsi completamente al popolo. Ed è un intero popolo che li aiuta, li sfama, li protegge e con loro risorgerà e insorgerà nella primavera successiva.